Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/172

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SCENA Vili.

Ridolfo, Orazio ed il Dottore.

Ridolfo. Se il signor Pantalone adoprerà le ragioni, noi useremo i fatti. Andiamo, signor colonnello.

Orazio. Precedetemi, che vi seguo.

Dottore. Non fate, caro fratello... Saranno molti...

Ridolfo. La mia spada non ha paura di dieci. (parte)

Dottore. Signor colonnello, non lo lasci andar solo, per carità.

Orazio. Vado subito in di lui soccorso. (in atto di partire, ma dalla parte opposta)

Dottore. E andato per di qua mio fratello.

Orazio. Voi non sapete le regole militari. Sortendo io da que- st" altra parte, arriverò il nemico alle spalle, ed attaccandolo alla coda, lo prenderemo in mezzo, ed egli coi suoi seguaci dovranno arrendersi e posare le armi. (parte per dove era incamminato

SCENA IX.

Il Dottore solo. Parmi che in questa occasione non sia niente opportuno il mili- tare strattagemma, ma che piuttosto il signor colonnello voglia sfuggir l’impegno. E quel pazzo di mio fratello va, come si suol dire, colla pancia avanti al pericolo. Io amo troppo questo mio fratello, e per lui vado a precipitarmi. Questa sicurtà vuol essere la mia rovina. Ma prima di farla, qualche cosa succederà. Ecco qui un motivo di differirla; il cielo ne può provvedere degli altri, e poi nell’atto di stenderla si possono apporre tali e tante condizioni, che la rendano o inutile, o cauta almeno. Alfine son d’una professione che sa i mezzi termini e i tra- bocchetti; e se tanti ne trovano gli avvocati per gli altri, la sarebbe bella che non ne sapessero trovar per se stessi. Ma! Io non sono di quelli : pur troppo amo la verità, la schiettezza;