Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/175

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Orazio. Buon giorno, galantuomo. Siete voi l’oste che ha dato da mangiare alla mia gente?

Arlecchino. Per servirla.

Orazio. Appunto desiderava vedervi. Siete stato soddisfatto?

Arlecchino. Lustrissimo sior no.

Orazio. Bene, farò che lo siate. Avete il vostro conto?

Arlecchino. Lustrissimo sior sì.

Orazio. Lasciatelo a me vedere.

Arlecchino. Eccolo qua. Me raccomand alla so carità, perchè son poveromo, signor.

Orazio. O povero, o ricco che siate, questo non fa il caso. Vo- glio che tutti sieno pagati, e con ogni puntualità ed esattezza. Io sono un soldato onorato.

Arlecchino. El cielo la benediga, sior soldado, e ghe daga grazia de deventar caporal.

Orazio. Poveruomo, siete un poco semplice, non è vero? Non sapete eh io sono il colonnello del reggimento?

Arlecchino. Mi, signor, de ste cosse no me n’intendo; me basta saver che vussioria l’è quello che m’ha da pagar.

Orazio. Sì, io vi devo pagare, e vi pagherò. Vediamo il conto. (legge)

Arlecchino. La vederà un conto da galantomo.

Orazio. Trenta boccali di vino, paoli quindici. Che diavolo 1 quin- dici paoli trenta boccali di vino?

Arlecchino. Quest l’è el prezzo stabilido da chi comanda; no ghe mett un quattrin d’avantazo.

Orazio. E poco, caro amico, è pochissimo; se farete così, i miei soldati s’ubriacheranno con troppa facilità. Mettete il vino un paolo al boccale; trenta boccali di vino, paoli trenta.

Arlecchino. (Eh, fina cussi el conto el se poi regolar), (da sè)

Orazio. Siete di ciò contento?

Arlecchino. Quel che la fa, signor, sia ben fatto.

Orazio. Non l’avete già a male ch’io alteri il vostro conto, non è vero?

Arlecchino. Eh, no so pò gnente pontiglioso.