Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/176

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Orazio. Pane, paoli due. Oh bellissima! Due paoli di pane, e quindici paoli di vino I

Arlecchino. L’è el solito dei soldadi, signor.

Orazio. Eh, fateli pagare costoro. Pane, paoli quattro.

Arlecchino. (L’è mo vera lu quel che ha dito el sior sargente, che i paga el doppio). (da sè)

Orazio. Due capponi, otto paoli. Orsù, voi non sapete fare il vostro mestiere. Non sareste buono per fare il vivandiere in un reggimento.

Arlecchino. Eh, lo so, signor, che allora se mett el doppio; no credeva mo adesso...

Orazio. Tenete, andate a regolare il vostro conto, poi venite da me, che vi pagherò. (gli rende il conto)

Arlecchino. (E intanto no vien quattrini), (da se) La fazza un cossa, signor, la summa l’è de quaranta paoli, la se figura che el conto sia giusta, e la me ne daga ottanta.

Orazio. No, non posso farlo. Devo render conto ai soldati colla lista alla mano. Regolatela, e poi venite.

Arlecchino. (E poi venite!) (da se) Intanto mo no la poderia darme qualche cossa a conto?

Orazio. Volentieri : che cosa vorreste a conto?

Arlecchino. La me daga a conto... sessanta paoli.

Orazio. E poco. Non avete da dar da cena ai soldati? E poco. Vi darò cento paoli.

Arlecchino. Mi pò me rimetto a tutto quello che la comanda.

Orazio. Eccovi cento paoli a conto. (cercando per le tasche)

Arlecchino. (Cussi l’è un bel far l’osto! Metter el doppio, e quattrini subito). (da sè)

Orazio. Diavolo! Mi sono scordato la borsa.

Arlecchino. Oimè!

Orazio. Niente, niente. Brighella. (chiama