Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/177

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SCENA XII.

Brighella e detti.

Brighella. Illustrissimo.

Orazio. Date a questo galantuomo cento paoli a conto.

Brighella. La servo. (cercando per le lasche)

Arlecchino. (Manco mal). (da sè)

Brighella. Oh! la borsa è voda, signor; ho paga le reclute, no m’è resta un soldo.

Arlecchino. (Ahi! che dolori!) (da sè)

Orazio. Ma questo galantuomo ha da esser pagato.

Brighella. El se pagherà.

Orazio. Subito voglio che sia pagato.

Brighella. La fazza un ordine, che el sia paga.

Orazio. Avete il calamaro?

Brighella. Sì, signor, el sargente ha sempre el so calamar. Ec- colo qua; ecco la carta.

Arlecchino. La favorissa, con quel ordene chi me pagherà?

Orazio. Il mio cassiere.

Arlecchino. E chi elo el so cassier?

Orazio. Il signor dottor Polisseno; lo conoscete?

Arlecchino. Lo conosso.

Orazio. Bene, anderete da lui. Venite qua, sargente, accostate il vostro cappello tanto che io possa scrivere.

Brighella. Perchè no vorla accomodarse in qualche bottega?

Orazio. Oibò; qui, qui, in piedi, alla militare.

Brighella. La se comoda come la comanda. (gli presenta il suo cappello, ed Orazio scrive)

Arlecchino. (El doppio; paga subito. L’è la più bella cossa del mondo). (da ’è)

Orazio. (Ora lo faccio pagar, come va pagato). (scrivendo, piano a Brighella)

Brighella. (Qualche bella invenzion?) (piano ad Orazio)

Orazio. (Sì, bella e ridicola. Sa leggere costui?) (piano a Brighella)

Brighella. (Mi credo de sì). (piano ad Orazio