Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/181

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Orazio. Ma frenatevi, per carità. (Non dubitare, che ti darò gusto). (da sè)

Fabio. Fra voi e me ci sarà tempo di disputare qualche altro arti- colo, (a Ridolfo) Per ora si contenti di meco battersi il signor capitano.

Orazio. Eleggete il luogo.

Fabio. Eccolo. Questo è opportuno.

Orazio. Bastavi a primo sangue?

Fabio. Non limita il mio sdegno la sua vendetta, (pone mano alla spada)

Orazio. (Brighella non sarà lontano). (pone mano anch’egli)

Fabio. Posso assicurarmi di un mio nemico che resta qui spet- tatore? (ad Orazio, additando Ridolfo)

Orazio. Egli è un uomo d’onore.

Ridolfo. Sono un offiziale onorato.

Fabio. Andiamo dunque. (si pone in guardia)

Orazio. Andiamo. (si battono qualche poco

SCENA XVII.

Brighella e detti.

Brighella. Lustrissimo. (ad Orazio)

Orazio. Permettetemi, (a Fabio, abbassando la punta e ritirandosi) Che c’è di nuovo?

Brighella. Un corner espresso, spedido dalla Corte, deve comu- nicar affari de sommo rimarco con vossustrissima.

Orazio. Traspiraste nulla di quel che porta il corriere?

Brighella. El gh’ha patenti, denari, ordini e commissioni, e fra le altre cose, le bandiere del reggimento.

Ridolfo. Le bandiere del reggimento?

Orazio. Le bandiere? (si cava il cappello) Signore, il mio dovere mi chiama a baciare gli stendardi mandatimi dal mio sovrano. (a Fabio)

Fabio. Che stendardi? Dovete battervi meco.

Ridolfo. Son qua io per lui. Andate, amico, a sviluppare le patenti. (ad Orazio) Meco battetevi, se avete volontà di morire, (a Fabio