Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/247

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Traccagnino. Za un poco la gh’aveva la penna in man. No so cossa che adesso la fazza.

Aurelia. Presto, dille che venga qui.

Traccagnino. E se no la volesse vegnir?

Aurelia. Verrò io colà; e si pentirà ella di sua disobbedienza, e farò che si penta quell’incivile di mia cognata.

Traccagnino. Oh, siora padrona, quella l’è la causa de tutto.

Aurelia. Laurina non vorrà disgustar sua madre. Sa quanto io l’amo. Dille che venga qui, che non mi obblighi a qualche scena.

Traccagnino. Ghe lo dirò, ma...

Aurelia. Che ma? che ma?

Traccagnino. Cara siora padrona, levar el sposo de man a una putta, l’è l’istesso che levar una brisiola de bocca al gatto. (parte

SCENA V.

Donna Aurelia e il Conte Ottavio.

Aurelia. Se non viene subito, anderò io, e mi sentiranno.

Ottavio. Non mi fa specie, signora, che vostra cognata cerchi di maritare la nipote ad uno che non ha bisogno di dote; ma resto bensì scandalizzato di vostra figlia, che con sì poco di prudenza consenta a farlo senza l’assenso vostro.

Aurelia. Povera figlia! sa il cielo che cosa le hanno dato ad intendere. Ella crederà certamente ch’io sia contenta.

Ottavio. Eh, perdonatemi. Vi volea poco ad assicurarsi del piacer vostro.

Aurelia. L’avranno colta su due piedi all’improvviso.

Ottavio. Voi la difendete, perchè l’amate. Io la credo molto più maliziosa.

Aurelia. No, Conte, non lo credete. Mia figlia è una fanciulla prudente.

Ottavio. Non tanto quanto voi vi pensate. Ella ama Florindo.

Aurelia. Non può essere. Se ciò fosse, lo avrebbe detto a sua madre,