Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/251

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Notaro. Non sai nemmeno di chi tu sii figlio?

Traccagnino. No lo so da servitor.

Notaro. Di che età sei partito dal tuo paese?

Traccagnino. Sarà tre anni che manco.

Brighella. Eh via, caro paesan. To padre l’ho conossudo mi. No erelo missier Pasqual?

Traccagnino. Tutti credeva che fosse fiol de missier Pasqual; ma mia madre, che era la bocca della verità, qualche volta la diseva de no.

Ermanno. Via, via, signor notaro, scriva figlio di messer Pasquale.

Notaro. Ma, signor Ermanno, questo non è un testimonio a pro- posito.

Traccagnino. Caro sior nodaro, perchè no metti el vostro nome che gh’avi proprio fazza de testimonio?

Notaro. Costui è un impertinente; e giuro al cielo...

Laurina. Ecco mia madre. (con timore parte)

Lucrezia. Fermatevi, (a donna Laurina che parte) Che cosa vuole nelle mie camere?

SCENA Vili.

Donna Aurelia e detti.

Aurelia. Con licenza di lor signori. (i servitori si ritirano)

Lucrezia. Riverisco la signora cognata.

Aurelia. Che cosa si fa di bello, signori miei?

Ermanno. Noi non venghiamo a vedere quello che fate voi nelle vostre camere.

Aurelia. Non sarei venuta nelle vostre, se non vi fosse stata mia figlia.

Lucrezia. Vostra figlia è custodita bene dalla sorella del di lei padre.

Ermanno. E da me, che sono di sua zia il marito.

Aurelia. Benissimo, vi ringrazio entrambi dell’amore che avete per la mia figliuola. Ed il signor Florindo entra anch’egli nel numero de’ suoi custodi?