Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/252

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Florindo. Sì signora, e giustamente, s’ella deve esser mia consorte.

Aurelia. Io non c’entro per nulla.

Florindo. Perdonatemi. La signora donna Lucrezia mi ha detto...

Lucrezia. Sì signora, io gli ho detto che tocca a me a maritar mia nipote, stando nelle mie mani la di lei dote.

Aurelia. Va benissimo; ne io mi opporrei, se un tal matrimonio le convenisse.

Florindo. Come, signora? Pare a voi che le mie nozze la diso- norino? AURELI A. Signor Florindo, non credo di farvi un’ingiuria, se dico esservi dalla vostra casa alla nostra una troppo grande distanza.

Ermanno. Che distanza? Egli è ricco più che non siamo noi.

Aurelia. Laurina ha ventimila scudi di dote.

Lucrezia. V’ingannate, signora cognata, questa dote non vi può essere. Tutta l’eredità di mio fratello non ascende ad una tal somma. AURELI A. Questa è la dote che suo padre destinata le aveva.

Lucrezia. Poteva promettere anche centomila, che sarebbe stato lo stesso. Mio fratello non sapeva quello che si facesse.

Aurelia. Eh, signori miei, queste favole non si raccontano a me. La dote di Laurina vi ha da essere, e so dov’è fondata. Ma voi... Sì, lo dirò, voi per una soverchia avarizia...

Florindo. Signora, vi supplico di acchetarvi. La cosa si può fa- cilmente accomodare. Volete che la vostra figliuola abbia venti- mila scudi di dote? Li averà. Signor notaro, scrivete. Io le faccio ventimila scudi di contraddote.

Aurelia. Non vi è bisogno, signore...

Lucrezia. Come non vi è bisogno? Scrivete, signor notaro. Il signor Florindo le fa ventimila scudi di contraddote.

Aurelia. Non v’è bisogno, vi dico. Ella è dotata dal padre; e quando non lo fosse, io colla mia propria dote potrei provve- derla bastantemente.

Lucrezia. E voi provvedetela.

Ermanno. Via, provvedetela voi.

Aurelia. Lo farò, quando le si offrirà un partito che le convenga.