Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/253

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Florindo. Io dunque non sono degno di averla.

Aurelia. No, siete ancor troppo giovane.

Lucrezia. L’offerta ch’ei le fa di ventimila scudi di contraddote, è una proposizione da uomo di garbo, da uomo vecchio, che merita d’essere approvata e lodata da chi che sia.

Aurelia. Sapete che cosa meriterebbe approvazione e lode? Se il signor Florindo desistesse dal giuoco, dalle crapule, dalla sua prodigalità sregolata, e con i ventimila scudi ch’egli ardisce offerire ad una dama di qualità, farebbe meglio pagare i debiti e le mercedi agli operari. (Florindo smania)

Ermanno. Che debiti? Suo padre gli ha lasciato mezzo milione.

Aurelia. Gli avanzi de’ finanzieri arrivano poche volte alla terza generazione.

Florindo. Signora, non vi rispondo, perchè siete la madre della mia sposa. Sì, donna Laurina sarà mia sposa; donna Lucrezia e don Ermanno a me l’hanno promessa, e giuro al cielo, mi farò mantenere la parola. (parte)

Ermanno. Fermatevi...

Lucrezia. Sì, ve la manterremo.

Aurelia. Signora cognata, drovreste aver più prudenza.

Lucrezia. Voi dovreste avere un poco più di giudizio.

Aurelia. E voi, signor notaro...

Notaro. Io, illustrissima, sono stato chiamato. Fo il mio mestiere.

Aurelia. Io son sua madre, e vi dico che un tal contratto non si ha da fare senza di me.

Notaro. Per me, si aggiustino fra loro. Il contratto è lesto, se occorre; basta che mi avvisino, ch’io verrò a stipularlo, (parte

SCENA IX.

Donna Aurelia, donna Lucrezia e don Ermanno.

Aurelia. Possibile, signora cognata, che non abbiate a cuore il decoro della nostra famiglia?

Lucrezia. Voi fondate il decoro nella vanità, ed io lo fondo nella sostanza, nei comodi e nel denaro.