Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/297

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


SCENA XI. (i)

Don Ermanno e donna Lucrezia.

Lucrezia. Voi avete fatto malissimo a dar fuori questi mille ducati; e vi dico assolutamente, che senza di me non voglio che si disponga del danaro della mia eredità.

Ermanno. Io l’ho fatto per far bene, e son sicuro che ho fatto un buon negozio. Sono cento ducati guadagnati in un anno, sicuri, sicurissimi, col pegno in mano.

Lucrezia. Chi sa che nel gioiello vi sia il valore, e che in cambio di guadagnare cento ducati, non se ne perdano tre o quattrocento?

Ermanno. Oh, di gioje me n’intendo. Così non Io riscuotessero, che sarei sicuro di venderlo molto più.

Lucrezia. Si sa chi l’abbia impegnato?

Ermanno. Non si sa, ma poco importa.

Lucrezia. E se fosse un figlio di famiglia? E se fosse roba rubata?

Ermanno. Voi siete troppo sofistica e sospettosa. Chi ha tanti riguardi, consorte mia, non arriva a far quattrini. Il marinaio che sempre ha paura delle burrasche, non tenta la sua fortuna nel mare; e l’uomo che ha sempre paura di perdere, non arrischia di guadagnare.

Lucrezia. Io ho piacere di vedere il mio danaro in casa.

Ermanno. Ed io ho piacere d’impiegarlo con profitto, e con pro- fitto aumentarlo.

Lucrezia. E una consolazione vederlo tutti i giorni, numerarlo e accarezzarlo.

Ermanno. Perchè siete una donna avara.

Lucrezia. Siete più avaro voi, che l’arrischiate per accrescerlo.

SCENA XII.

Traccagnino e detti.

Traccagnino. Sior padron.

Ermanno. Che cosa vuoi?

Traccagnino. El sior Florindo ghe vorria parlar. (1) Qui dovrebbe seguire « Camera di donna Lucrezia »; ma in tutte le edizioni manca.