Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/332

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320 ATTO PRIMO

Creusa. Difender noi potrebbe da ciò nobile affetto.

Terenzio. Vicino ad una sposa di ciò non mi prometto.
Creusa. Bella virtù c’insegni soffrir congiunti il foco.
Terenzio. Che tal virtù noi freni disgiunti non è poco;
Pensa se il casto nodo s’aggiunga a calde brame.
Lungi talor dal cibo si tollera la fame,
Ma dopo lunga inedia, molto sofferta e molto,
Lasciar mensa imbandita non può chi non è stolto.
Creusa. Terenzio, in me perdona, prodotto dall’affetto,
Da tue ripulse acceso, un leggiero sospetto:
Livia, che di Lucano d’adozione è figlia,
Tenera troppo i’ veggo fissare in te le ciglia:
Parla di te sovente, ti loda, e si consola
Qualor delle tue lodi sente formar parola.
In donna che superba fasto romano ostenta,
Lodar tanto uno schiavo il cuor non mi contenta.
Esser potrebbe, è vero, di giusto zelo ardore,
Ma da giustizia ancora può derivar l’amore.
E in caso tal Terenzio, cui servitute aggrava,
Potrebbe una Romana preferire a una schiava.
Terenzio. Tutto soffersi in pace udir da’ labbri tuoi,
Per ispiar che pensi, che sospettar tu puoi.
Troppo, Creusa, offendi di me l’amor, lo zelo;
Amo te sola, e chiamo in testimonio il cielo.
Livia, del signor nostro figlia adottiva, è vana;
Pretende quel rispetto ch’esige una Romana.
Nemica non mi giova presso Lucano averla;
Soglio per questo solo studiar di compiacerla.
Creusa. Eccola. Vo’ partire.
Terenzio.  Resta, non dar sospetto.
Creusa. M’è noto il suo costume; nuove rampogne aspetto.