Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/336

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324 ATTO PRIMO

Terenzio.  M’accheto.

Livia.  Parti.
Terenzio.  Obbedisco.
Livia.  E bada
Che il temerario piede a Creusa non vada.
Terenzio. Questo piè, questo cuore, e tutti i sensi miei
In traccia andranno ognora... se potessi, il direi.
Celo nell’alma a forza rio dolor che m’aggrava.
Livia, tu non m’intendi.
Livia.  Sì che t’intendo.
Terenzio.  Brava, (parte)

SCENA VII.

Livia sola.

Ah! noi donne latine, nel generoso orgoglio

Troviamo ai dolci affetti miserabile scoglio.
Massime rigorose a noi la gloria insegna,
Destra di vil straniero delle Romane è indegna.
Ma lo stranier più vile, ma fin lo schiavo abietto,
Se cittadin vien reso, merta qualche rispetto.
Terenzio, se ’l dichiara il suo signor liberto,
Principia fra i Quiriti ad acquistarsi un merto;
E col bel nome in fronte di cittadin romano,
Può renderlo virtute degno ancor di mia mano.
Rendasi per lui dunque padre d’amor pietoso...
Ma libero, chi certa mi fa ch’ei sia mio sposo?
Chi sa ch’ei non risolva tornare ai patri lidi?
Passar dal roman Tebro agli Africani infidi?
Chi sa che in libertade tornando un dì l’ingrato,
Seco la greca schiava non gli mirassi allato?
Poco sperar poss’io dai tronchi detti oscuri
Di comico poeta, sagaci e mal sicuri.
Questo pensier m’affanna, questo timor mi svena,
Quest’è, che a lui mi vieta di scioglier la catena.