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336 ATTO SECONDO


SCENA VI.

Creusa e Damone.

Damone. (Se ami Lucan Terenzio, ciascun lo può decidere.

Con lui fin nella casa la donna vuol dividere). (da sè)
Creusa. Di’, che mediti, audace, di me nel tuo pensiero?
Damone. Io sono un indovino, che medita sul vero.
Creusa. Vattene.
Damone.  Qui vo’ stare.
Creusa.  Anima vile!
Damone.  Greca.
Creusa. Perfido.
Damone.  Greca.
Creusa.  Indegno!
Damone.  Greca.
Creusa.  Ribaldo!
Damone.  Greca.
Creusa. Che dir, col dirmi greca, pensi co’ labbri tuoi?
Damone. Dir tutto il male intendo, che immaginar ti puoi.
Creusa. Vile africano indegno, che da’ Romani apprese
La gloria a invidiare dell’Attico paese!
Prima che Roma fosse, era famosa e forte
La madre de’ sapienti, città di cento porte;
E Sparta, e Acaia, e Creta, e tante altre che han reso
Più assai che non è il Tebro, conto1 il Peloponneso.
Roma si vanti pure capo del mondo altera;
Ma sol secoli cinque son ch’ella nacque e impera.
L’epoca della Grecia, cangiata in vario stato,
Confina con il tempo del mondo rinnovato;
Nell’Asia e nell’Europa l’ampio dominio estese;
Roma da Grecia i riti e le sue leggi apprese.
Damone. Per me parlasti greco, però non ti rispondo.
Il dì quando son nato, per me principiò il mondo.

  1. Così le edd. del Settecento. Forse è da leggersi conta.