Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/375

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TERENZIO 363

Scena che virtù insegna, dà merto e preferenza.

Quel che detesto anch’io, del ballo è la licenza.
Damone. Teco la perde sempre chi dir vuol sua ragione;
Dimmi dove poss’io ritrovar il padrone.
Terenzio. Lice, cortese amico, lice saper l’arcano,
Per cui mosso è Damone a ricercar Lucano?
Damone. Amico eh?
Terenzio.  Terenzio a te tal si professa.
Fummo in pari fortuna; siam d’una patria istessa.
Cartagine non sappia, che invidia in suol romano
D’un africano il bene desti in altro africano.
Spera che se la sorte in me ricchezze aduna,
D’un che fratello i’ chiamo, posso far la fortuna.
Damone. Tu mi deridi e sprezzi. Di me ti sei servito
Ponendo sulle scene l’Eunuco sbalordito.
Terenzio. T’inganni, e tale inganno comune è a più soggetti,
Che credon dal poeta segnati i lor difetti.
S’incontran facilmente dal comico imitate
Persone che l’autore non ha nemmen sognate,
Facile essendo a caso toccar d’un tale il fondo,
Da chi prende i difetti a criticar del mondo.
Damone. Questa ragion m’appaga; amico esser ti voglio;
Vedi se di cucina puoi tormi dall’imbroglio.
Chiedimi al signor nostro. Spezza la mia catena,
E dammi, se puoi farlo, impiego sulla scena.
Terenzio. Mie favole son greche. Sai di Grecia i costumi?
Damone. Basta che tu m’impieghi ad accendere i lumi.
Terenzio. A così vile uffizio non serbo un uom ch’io stimo;
A recitar principia. Puoi divenire il primo.
Valerti delle usate maschere t’apparecchia;
In grazia della voce puoi far da donna vecchia.
Damone. Vuol dir che far io posso da strega o da mezzana;
Ma questa, per dir vero, sembrami cosa strana,
Ch’entri in ogni commedia la donna da partito,
Il figlio disonesto, il padre sbalordito,