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380 ATTO QUINTO

Chi sa che ritornata nel libero suo stato...

Chi sa che non la sposi Lucano innamorato?
E s’ella si rammenta quel che facesti a lei,
Ti tratterà in vendetta da vipera qual sei.
Di far un po’ all’amore avendole impedito,
Languir ti farà in corpo la voglia di marito;
E collo sposo accanto, da’ figli circondata,
Rabbia faratti e invidia, morirai disperata.
Per te son sì pietoso, che prenderei l’incarco,
Ma son guerrier senz’armi, son cacciator senz’arco.
Livia. No, non sarà giammai che un senator romano
Veggasi ad una schiava a porgere la mano.
E se Lucan per lei fosse di ragion privo,
Chiamarlo sdegnerei per mio padre adottivo.
T’inganni, se tu credi che arda nel seno mio
D’un sesso lusinghiero il debole desio. (a Damone)
(L’unico mal ch’io temo, è ch’a Terenzio è unita,
Trionfi a mio dispetto questa superba ardita.
Raro, chi il mal figura, trova il pensier fallace;
Ma vendicarmi io spero d’una rivale audace).
(da sè, e parte)

SCENA V.

Damone, poi Fabio.

Damone. Rider mi fan le figlie che han voglia d’esser spose,

E colla bocca stretta von far le vergognose;
Rider mi fan volendo noi uomini sprezzare,
E per un poco d’uomo si sentono crepare.
Fabio. Lucan se tutto è pronto a riveder mi manda, (a Damone)
Damone. Aiutami tu ancora a servir chi comanda.
Fabio. Mio uffizio non è questo. Un cittadin cliente
Non serve.
Damone.  Sì, gli è vero: scrocca, e non fa niente.