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386 ATTO QUINTO


SCENA IX.

Terenzio, Creusa ed i suddetti.

Terenzio. Ecco, signor, miei beni, de’ miei sudori il frutto.

Quanto a me tu donasti, ecco in Creusa è tutto.
Lucano. Come?
Terenzio.  Il vecchio infelice che a te, giusta il contratto,
Venuto è di Creusa a chiedere il riscatto,
Perduto ogni suo bene del mar tra’ flutti rei,
Il prezzo convenuto ebbe dagli ori miei:
Ai duemila sesterzi quel che avanzar mi puote,
In dono alla donzella died’io per la sua dote.
Pietà dell’infelice sentii destarmi in cuore;
Alla pietate aggiungi, non so negarlo, amore.
Ma nel seguir le leggi del cieco Dio bendato,
Animo in me non ebbi di divenirti ingrato.
So che Creusa adori; a te si chiede invano.
Dispon,1 s’ella il consente, di lei, della sua mano.
Sciolta per me Creusa della servile insegna,
Merto maggiore acquista, sarà di te più degna.
Costar mi può la vita sì rio distaccamento,
Di te, di Roma i doni mi recano tormento;
Che se la libertade dal fianco suo mi toglie,
La servitù più cara godrei fra le tue soglie.
Figura in me una colpa. Torni il liberto ingrato
A norma delle leggi nel pristino suo stato;
Ma pensa che la colpa, che tu mi trovi in cuore,
Sarà di troppa fede, sarà di troppo amore.
Livia. Odi, signor, l’indegno, odi lo schiavo audace.
Miralo se in te merta cuor di pietà ferace.
Torni alla sua catena chi de’ tuoi doni abusa,
A’ tuoi voler risponda lieta o mesta Creusa.
Le nozze stabilite per tuo volere espresso

  1. Zatta: a le si chiede invano — Dispor ecc.