Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/468

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454 ATTO TERZO

No digo, questo è bon; digo, questo me piase.

Dei altri ha più giudizio chi gode, ascolta e tase.
Torquato. Signor, mi fate onore, spiegandovi parziale
Di me, che di virtute non vanto il capitale.
Il cielo, che pietoso assiste agi’infelici,
A me concede al mondo un numero d’amici.
Questi per onor mio si serbino costanti;
Compatiscano gli altri me pur fra gl’ignoranti.
Se sol del vero in grazia mi sprezzano, han ragione:
Basta che non sien mossi da invidia, o da passione.
In caso tal sarebbe il lor giudizio incerto,
La critica sospetta, l’impegno senza merto.
Chi parla per passione, perde del zelo i frutti,
E per far bene a un solo, fa pregiudizio a tutti.
Tomio. Basta, lassemo andar. Pur troppo semo avvezzi
A sentir tutto el zorno de sti pettegolezzi.
Saveu perchè a Ferrara son vegnù, sior Torquato?
Son vegnù, perchè spero de farve cambiar stato.
Torquato. Come, signor?
Tomio.  Dirò... Ma! Amigo, non usè
Dir gnanca ai galantomeni sentève, se podè?
Torquato. Compatite, signore... non son le stanze mie...
Andiam là, se v’aggrada...
Tomio.  Oibò, staremo in piè.
Torquato. Compatite, vi prego, la poca civiltà.
O andiamo, o qui sediamo.
Tomio.  Via, sentemose qua.
Torquato. Vi servo. (va per la sedia)
Tomio.  Lasse star.
Torquato.  Lasciate in cortesia, (prende la sedia)
Tomio. Vu porterè la vostra, mi porterò la mia.
Torquato. Favorite.
Tomio.  Sentève, che me sento anca mi.
A Venezia, compare, se pratica cussì.
Se sa le cerimonie, el galateo el savemo;