Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/508

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494 ATTO QUINTO

Fazio. Che ave lo sì Torquato?

Marchesa.  Ei merita pietà.
Tomio. Tornelo a dar la volta?
Fazio.  Tornammo en ciampanelle?
Torquato. Amici, il morir mio minacciano le stelle.
Tomio. Andemo via de qua.
Fazio.  Annamo in altro stato.
Marchesa. Al cuor de’ veri amici arrendasi Torquato.
Torquato. Se arrendere mi deggio al doloroso esiglio,
Valgami di voi sola la voce ed il consiglio.
Questa è colei, amici, questa è colei che adoro:
Lascio in lei la mia vita, in lei lascio un tesoro.
Ella, che all’onor suo, che all’onor mio provvede,
Al partir mi consiglia. Freme il mio cuor, ma cede.
Tomio. Bravo...
Fazio.  Mo me fa chiagnere.
Marchesa.  Questo viglietto aggiunga
Ragion che alla partenza vi stimoli e vi punga.
Il Duca vi minaccia; parla a me da Sovrano;
Vuol che sugli occhi vostri a lui porga la mano.
Dunque...
Torquato.  Non più, Madama; non più, sì, me n’andrò.
Fazio. Dove vo ir Torquato?
Tomio.  Dove andereu?
Torquato.  Non so.

SCENA XIII.

Targa e detti; poi il Cavalier del Fiocco.

Targa. Viene, signor padrone, un altro forestier.

Torquato. Venga, sarà Patrizio. (Targa parte)
Tomio. (Al Cavalier che viene) Addio, sior Cavalier.
Cavaliere. Ecco, qual le bertucce cinguettano a proposito:
Dicesi addio, partendo; giugnendo, è uno sproposito.
Tomio. Sior correttor de stampe, mi parlo a modo mio;