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496 ATTO QUINTO

Il nobil genio ammira, il facile intelletto.

Piace la gentil arte, onde i suoi carmi infiora;
Piaccion le scelte prose, onde l’Italia onora;
E l’opera, per cui giugne alla gloria estrema,
E la Gerusalemme, vaghissimo poema,
In cui de’ più famosi non va soltanto appresso,
Ma supera gli antichi, e supera se stesso.
Merito sì sublime, che al Tebro alto risuona,
Giust’è che abbia de’ vati degnissima corona.
Questa de’ nomi illustri certa gloriosa marca,
Or due secoli sono, incoronò il Petrarca.
Tasso, che al par di lui reso famoso è al mondo,
Dopo il lirico vate, abbia l’onor secondo;
Anzi, se in metro vario ciascun di loro è chiaro,
Cinti d’egual corona seder veggansi al paro.
Ecco, Torquato, amico, ecco l’onore offerto
A te da Roma tutta, che ti prepara il serto.
Vieni di tue fatiche a conseguire il frutto;
Cigni la nobil fronte in faccia al mondo tutto;
Che più d’ogni mercede, più dell’argento e l’oro,
L’alme bennate apprezzano il sempre verde alloro.
Fremano i tuoi nemici, cessi l’invidia l’onte;
Maggior rispetto esiga l’onor della tua fronte.
Vieni del Tebro in riva a ornar la bionda chioma.
Chi ti promove è il mondo, chi vuol premiarti è Roma.
Torquato. Ah sì, veggami Roma grato a sì dolce invito.
Gloria, mio dolce nume, rendimi franco e ardito.
Di due passion feroci, che m’han ferito il cuore,
Una vinca, una ceda; ceda alla gloria amore.
Donna gentil, sa il cielo se nel lasciarvi io peno,
Ma il bel desio d’onore tutto m’infiamma il seno.
Muoresi alfine, e morte toglie il bel che s’adora;
Vive la gloria nostra dopo la morte ancora.
Ah che di fama il pregio, ah che di Roma il nome
Tutte le mie passioni ha soggiogate e dome: