Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/516

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
502

se più di quello degli altri. Ma lasciando stare come il Goldoni abbia saputo adoperar riboboli, ed esaminando solo la sua intenzione di rendere ridicolo un personaggio facendogli parlare con riboboli, diremo ch’egli non si ricordava allora che la lingua di Plauto e Terenzio, che doveva conoscere perchè gli ha fatti pur protagonisti di due commedie [lapsus calami!], è tutta a riboboli; non si ricordava di Molière, bisogna credere, e quel che è più strano non si ricordava delle sue commedie in dialetto veneziano seminate di riboboli. Che se si fosse ricordato di tutto questo, si sarebbe pure accorto che adoperava come mezzo di ridicolo nel Cavalier del Fiocco quello che avevano fatto i da lui chiamati maestri ed egli medesimo. Ragionamento singolare! perchè mai è ridicolo uno che parli con riboboli fiorentini e non uno che parli con veneziani? ecc.» Lo spazio non ci consente di riportare intero il passo manzoniano che continua un altro po’ lo stesso pensiero. I molti ecc. e i puntini ne’ quali muore, provano ch’erano noterelle gettate in carta alla buona meditando. Forse, tornandoci su, il Manzoni si sarebbe accorto che la censura mossa al buon Goldoni partiva da una credenza falsa. Il linguaggio del cruscante consta di riboboli solo in parte: il cavaliere parla togato, usa latinismi e parole ridicole non più e mai più udite: fa ben altro che parlar solo fiorentino. Il verso che costantemente adopera è lo sdrucciolo. Nulla dunque si trascura per renderlo più che personaggio comico — vera caricatura, a che il vernacolo solo non si sarebbe prestato. Avea troppo buon senso il Goldoni per burlarsi d’un dialetto o per cercare solo in quello la fonte del ridicolo.

Ritornò alla carica il Goldoni contro i granelloni puristi tre anni dopo nel poemetto La tavola rotonda (1758, per nozze Contarini- Venier), ma nella commedia si dà alla polemica, con giusta misura, solo una parte secondaria, episodica. Protagonista s’offre al commediografo, con fraterna abnegazione, Torquato Tasso — il Tasso della leggenda beninteso, il solo che Goldoni potesse conoscere. Così dal palcoscenico del San Luca di Venezia, auspice un poeta comico, muove i primi passi la lunghissima serie di lagrimosi drammi tassiani, coi quali il teatro romantico inferse postume crudeli ferite all’infelice poeta. «Bisogna pur riconoscere — osserva Angelo Solerti — che assai più della critica e della storia serve a bandire un’idea l’opera d’arte; e due drammi, tacendo degli altri, il Tasso del Goethe e quello del Goldoni, benchè troppo diversi tra loro per paragonarli, servirono tuttavia a mantenere viva la leggenda che era loro fondamento» (Vita di Torquato Tasso, Tonno, 1895, voi. I, p. 856).

La modesta fonte, dal Goldoni stesso additata, onde egli attinse «la burla sulle tre Eleonore» (Solerti l. c.) e tradusse quasi alla lettera le notizie biografiche della Premessa (M. Ortiz. La cultura del Goldoni. Giorn. stor. d. lett. ital. 1906, voi. 48, p. 93) è Le grand dictionnaire historique di Louis Moreri, uscito per la prima volta nel 1673. Attento a non esorbitare dalle qualità peculiari al suo genio, sorvola su quanto pur nel periodo scelto dalla vita del Tasso poteva funestare di tragiche ombre l’azione e la sua fantasia popola e allieta di figure e di trovate goldoniane l’aulico ambiente. Il bando dato ai personaggi del Duca e della Principessa (qui il Magistrato della Bestemmia si fece ben gradito alleato al consueto riserbo goldoniano) scostò più ancora il lavoro dall’andatura compassata del dramma e fu un bene. Ma alla