Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XI.djvu/521

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a rapporti di dipendenza il Platen che avea sentito il Tasso più volte «con gran diletto» e ne’ suoi Diari annotava: «Certo non si levò mai più tanto alto il Goldoni. Il lavoro è assai ben verseggiato e dal palcoscenico il metro martelliano fa miglior effetto che non pensassi». Detto ancora assai bene del «comicissimo» cavalier del Fiocco nonchè dei tre ambasciatori, aggiungeva: «Come lavoro teatrale questa commedia è da metter molto più in alto del Tasso goethiano. N’è assai ben condotto l’intreccio e sodisfacentissima la fine che tanto manca nel Goethe ’ (op. cit., vol. II, p. 813). Un apprezzamento quasi identico sul modo onde si risolve il lavoro goldoniano è nelle Conversazioni di Arturo Schopenhauer. «A Torino — raccontava il filosofo a Cari Hebler — aveva visto una volta il Tasso del Goldoni, commedia. Diceva esser tanto buona la scena finale che Goethe di sicuro l’avrebbe accettata volontieri, se non l’avesse ritenuto la taccia d’imitatore» E descrive la scena, ma per errore di memoria parla di tre ambasciatori romani (Gespräche und Selbstgespräche, herausgegeben von Eduard Grisebach. Berlin, 1902, p. 69). Nelle parole dello Schopenhauer sembra implicitamente ammessa la dipendenza d’un lavoro dall’altro. Dei rapporti tra le due opere s’occuparono di proposito primi Theodor Jacoby (Tasso und Leonore, oder Welchen Stoff haite Goethe? Literarisches Taschenbuch. Hannover, 1848, p. 95 segg.) e il Klein (Geschichte des italienischen Dramas. Leipzig, 1868, vol. III, p. I, pag. 618 segg.) Le acute e argute disquisizioni del primo convinsero più assai che la cervellotica e inesatta analisi dell’altro. Ma ignora troppo il carattere del teatro goldoniano (cfr. D’Ovidio, 1. e.) il Jacoby, se ritiene, anche per l’intenzione dell’autore, tutta la commedia uno scherzo carnevalesco e nulla più. Rifece ex novo il parallelo tra Goethe e Goldoni — senza conoscere o senza citare chi l’aveva preceduto — Hans Dütschke, e per agevolare ai suoi connazionali l’esame dei due lavori aggiunse al suo studio una traduzione — non sempre fedele — del Tasso italiano (Programm des Victoria - Gymnasiums zu Burg. Burg, 1889). Hedwig Wagner nel suo superficiale volume sul Tasso ( Tasso daheim und in Deutschland. Berlin, 1905, pp. 154, 155) accetta le conclusioni del Jacoby (impulso generale e imitazione parziale): Franz Kern (Goethes Tasso und Kuno Fischer nebst einem Anhange: Goethes Tasso und Goldonis Tasso. Berlin, 1892, pp. 87-102) si studia di limitare quelle del Dütschke a qualche affinità di episodi e di pensieri. In Italia scrissero in argomento, confermando l’imitazione, Enrico Broli (Il «T. T.» di Wolfango Goethe. Annuario degli studenti trentini. Firenze, 1898, pp. 135-138) e Ugo Rastelli (Il «T. Tasso di W. von Goethe e il «T. Tasso» di Carlo Goldoni. Sanginesio, 1903). Così a questa commedia del Goldoni, se altre vere fortune non ebbe, toccò il vanto d’inspirare — tra gl’innumerevoli drammi tassiani — l’unico che sia opera squisita di forma e di pensiero.

E.M.



Il Torquato Tasso uscì la prima volta stampato nel principio del 1756, nel t. III dell’ed. Pitteri di Venezia; e fu ristampato a Venezia stessa più volte (Saviolì II, 1772; Pasquali XVI, 1777?; Zatta, cl. 3, V, 1792), a Torino (Guibeit e Orgeas VI, 1775), a Livorno (Masi VIII, 1789. a Lucca (Bonsignori VIII, 1789), a Bologna (a S. Tomaso d’Aquino, 1792 ecc.) e forse altrove nel Settecento. - La presente ristampa si attenne principalmente all’ed. Pitteri, corretta dall’autore.

Fine dell’undicesimo volume.