Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XIII.djvu/275

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LA DONNA STRAVAGANTE 269

Riccardo. Si può saper?

Rinaldo.  Voi prima saperla anzi dovete.
Sol per comunicarvela venia da voi. Leggete.
(gli dà il foglio di donna Livia)

SCENA IV.

Donna Livia sulla loggia, ed i suddetti in strada.

Riccardo. (Legge piano.)

Livia. Che legge don Riccardo? Scommetto che in sua mano
Don Rinaldo confida il foglio mio. Villano!
Riccardo. Lessi il tenero foglio, sommesso e lusinghiero.
Rinaldo. Che ve ne par, signore?
Riccardo.  Io non le credo un zero.
Rinaldo. S’ha da temer che inganni?
Riccardo.  Ha da temer chi è saggio.
Livia. Mi pagherà, lo giuro, questo novello oltraggio, (parte)
Rinaldo. Facile è assicurarsi, se ancor de’ torti miei
Sazia non sia la cruda.
Riccardo.  Come?
Rinaldo.  Sentiam da lei,
Se col suo labbro afferma ciò che dettò in un foglio.
Riccardo. Vi capisco.
Rinaldo.  Vi prego.
Riccardo.  Rispondovi: non voglio.
Rinaldo. Meco perchè, signore, questa novella asprezza?
Riccardo. Perchè il mio cuor non soffre la vostra debolezza.
Vano il fidar, voi stesso diceste, in sue parole.
È il suo pensar più instabile, più mobile del sole;
Sdegno ed amor succedono a donna Livia in seno,
Come nel ciel si cangiano le nuvole e il sereno;
E il raggio di speranza, che vi abbagliò in quel foglio,
Può esser divenuto, da che lo scrisse, orgoglio.
Avventurar io sdegno l’onor mio, l’onor vostro:
Rammentatevi, amico, qual fu l’impegno nostro.