Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XIII.djvu/280

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274 ATTO QUINTO

Chinate al ciel la fronte, e al zel de voti miei.

Rosa. Povera donna Livia! Signor, che fia di lei?
Riccardo. Questa curiosa brama, che sì che l’indovino?
È vanità del vostro piacevole destino.
Non è egli ver?
Rosa.  Ma sempre1 a sospettar v’intesi.
Riccardo. Dacchè due donne ho in casa, a sospettare appresi.

SCENA X.

Donna Livia e detti.

Livia. Signor, chiedo perdono; è ver che donna Rosa

Collocata col principe sarà di Selva Ombrosa?
Riccardo. D’una cessione vostra si è fatto uso migliore.
Livia. La mia cession verbale la rivocai, signore.
Riccardo. Non la cession mi calse da voi fatta coi detti,
Ma quella che solenne faceste cogli effetti;
Mostrandovi in amore irrisoluta e strana,
Il dritto delle nozze cedeste alla germana.
Livia. Abbia l’illustre sposa di principessa il nome;
Cinga, se non le basta, coronisi le chiome;
Venga l’eroe sublime, cui la superba ostenta;
Chi sa? quand’io gli parli, può darsi ch’ei si penta.
Riccardo. Non si vedrà lo sposo entrar fra queste porte,
Prima che donna Livia non passi a miglior sorte.
Livia. Ma qual destin, signore, si pensa procacciarmi?
Riccardo. Un ritiro.
Livia.  Un ritiro? si crede spaventarmi?
Sì, vi anderò contenta, perciò non mi confondo.
Darò un addio per sempre alla famiglia, al mondo.
Fate che almen sia tale, come lo bramo ardente:
Non veggami più mai nè amica, nè parente.
Lungi dalle lusinghe, e dalle cure insane,

  1. Così il testo. Forse dovevasi stampare Mai sempre.