Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1911, XIII.djvu/285

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LA DONNA STRAVAGANTE 279

SCENA XV.

Don Rinaldo e Cecchino.

Cecchino. La sorte veramente mi ha reso fortunato,

Facendo che sì presto io vi abbia ritrovato.
Rinaldo. Sai da me che richieda?
Cecchino.  Nol so, ma l’ho veduta,
Credetelo, signore, sì languida e svenuta,
E tal cose m’ha detto, e tai sospiri ha tratto,
Che stupido rimasi, e lagrimar mi ha fatto.
Rinaldo. Cieli, che sarà mai? potessi alle sue pene
Recar qualche conforto.
Cecchino.  Eccola, che sen viene.
Rinaldo. Dov’è?
Cecchino.  Vien sulla loggia.
Rinaldo.  Potessi almen d’appresso....
Ma la parola ho data; entrar non mi è permesso.

SCENA XVi.

Donna Livia sulla loggia, e detti.

Livia. (Eccolo. Ah, nel vederlo sento nell’alma un foco...)

Rinaldo. Eccomi ai cenni vostri.
Livia.  Accostatevi un poco.
Rinaldo. Vuole il destin ch’io soffra vedervi in lontananza.
(accostandosi)
Livia. (Oimè! sento nel cuore smarrir la mia costanza.
Ma coraggio vi vuole.) (da sè)
Rinaldo.  Se del mio amor chiedete
Nuove costanti prove, dall’amor mio le avrete.
Se reo nel vostro cuore per mia sventura io sono,
Son pronto nuovamente a chiedervi perdono.
Nè arrossirò di farlo, se altrove non vi aggrada,
In faccia al mondo tutto, nel mezzo ad una strada.
Basta che certa siate, mio ben, dell’amor mio.
Livia. (Ah, se così mi parla, più non gli dico addio). (da sè)