Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/151

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LA DONNA SOLA 145

Filiberto. Don Claudio m’ha sfidato.

Berenice.  Egli è persona onesta.
Che sì, che se gli dico di non partire, ei resta?
Claudio. Ad onta d’ogni impegno, e del spiacer che or provo,
Se comanda la dama, io resto, e non mi movo.
Berenice. Sentite? (a don Filiberto)
Filiberto.  E lo consente l’onor d’un cavaliere?
Claudio. A rispondervi ho tempo. Or faccio il mio dovere.
Filiberto. (Vuol soverchiarmi, il vedo). (da sè)
Berenice.  (Perch’ei moderi il foco,
Altro non v’è rimedio che ingelosirlo un poco). (da sè)
Filiberto. Foste il primo a sfidarmi.
Claudio.  E di provarvi ho brama.
Filiberto. Andiam.
Claudio.  Vi sarà tempo; voglio obbedir la dama.
Berenice. Tanta docilità merita affetto e stima.
Filiberto. Via, per lui dichiaratevi; sposatelo alla prima.
Berenice. Siete qui colla solita proposizione ardita.
I vostri matrimoni li fate in sulle dita.
Nessun sa quel ch’io pensi, nessun mi vede il core;
Ma affè, voi mi fareste venire il pizzicore.
Filiberto. Io?
Berenice.  Che indiscreti! a forza voler che mi palesi!
Claudio. Signora, io son disposto a tollerar dei mesi.
Filiberto. (Che ti venga la rabbia! eccolo l’indurito). (da sè)
Berenice. Via, perchè non si parte, signor inviperito? (a don Filiberto)
Filiberto. Vorreste ch’io partissi per consolarvi seco?
Berenice. Ecco qui, per la bile voi diveniste un cieco.
Filiberto. Non è ver quel ch’io vedo?
Berenice.  Don Claudio, in cortesia,
Qual pretensione avete?
Claudio.  Niuna, signora mia.
Berenice. E voi? (a don Filiberto)
Filiberto.  Io ne ho di molte, e con ragion fondate.
Berenice. Non so che dir, signore, mi par che delirate.