Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/153

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LA DONNA SOLA 147

Vedrete ingiustamente il torto che mi fate.

Puntigliarvi in mio danno? Di voi mi maraviglio.
Di rendermi obbligata ponetevi in puntiglio.
Vadan gli sdegni in bando. Ceda all’amor l’orgoglio.
Pace domando a entrambi, questa sol grazia io voglio.
Se il mio voler si sprezza, se il domandar non giova,
Venga l’amore almeno a far l’ultima prova.
E se saper vi cale a chi d’amor favello,
Dirò che chi m’insulta, sa di non esser quello.
Dirò che si lusinghi chi più non mi contrasta:
Che il mio dover conosco, che son chi sono, e basta.
Filiberto. Degli equivoci detti la spiegazione aspetto.
Berenice. Ma con l’armi alla mano.
Filiberto.  A voi tutto rimetto.
Berenice. Dunque sperar io posso i miei desir felici.
Non mi lusingo invano di rivedervi amici.
Di voi chi sarà il primo a darmi un certo segno,
Che in grazia mia dal petto discaccisi lo sdegno?
Filiberto Che s’ha da far? chiedete.
Claudio.  Invan ciò si domanda.
Tutto obbliar si deve, se la dama il comanda.
Porgetemi la mano. A lei rendo giustizia,
Nel ridonarvi intero l’amore e l’amicizia, (a don Filiberto)
Filiberto. Sì, della dama in grazia, d’ogni livor si taccia.
Col titolo d’amico venite alle mie braccia. (a don Claudio)
(Spero di guadagnarla, se non ha l’alma ingrata). (da sè)
Claudio. (Spero col sagrifizio d’avermela obbligata). (da sè)
Berenice. Oh cavalieri amabili, oh cavalier ben degni,
D’aver della mia stima sincerissimi segni!
Torni il sereno al viso, torni il piacer qual fu.
Di quel ch’oggi è passato, non s’ha a parlar mai più.
Fatemi voi il piacere, don Filiberto mio,
Andate da mia madre, non ci posso andar io.
Ditele che desidero saper com’ella sta,
E che da voi son certa saper la verità.