Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/479

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LA VEDOVA SPIRITOSA 471


Isidoro. Va a fare quello che ti ho detto, insolente.

Paoluccio. (Scrocco indiscreto; sì, per fargli dispetto, voglio introdurre la visita del forastiere). (parte)

SCENA VII.

Don Berto, don Anselmo, don Isidoro, e poi don Ferramondo.

Anselmo. Che dite di donna Placida? Visite tutto il giorno.

Isidoro. E anche a quest’ora, con pericolo di rovinar le pernici.

Ferramondo. Servitore umilissimo di lor signori.

Isidoro. Come, non ve l’hanno detto che si dà in tavola, e che ora non si riceve nessuno?

Ferramondo. Chi è il padrone di casa?

Anselmo. Eccolo qui, signore. (accennando don Berto)

Berto. Sono io, per servirla, ma mi riporto a quello che dicono e a quello che fanno questi miei amici.

Ferramondo. Non siete voi don Berto?

Berto. Servitore di vossignoria.

Isidoro. Di grazia, padron mio. (a Ferramondo)

Berto. State zitto (a don Isidoro, mostrando paura)

Ferramondo. Signore, vi sono obbligato, che in ora così incomoda abbiate avuta la bontà di ricevermi. Io veramente domandai di donna Placida, ma mi disse il vostro servo, che prima venissi da voi, ed io son qui ai cenni vostri.

Berto. Anzi mi favorisce.

Isidoro. (Ah Paoluccio briccone, me l’ha fatta per questa volta).

Anselmo. Perdoni, signore; don Berto gli fece dire per il servo, che ora non si potevano ricevere le sue grazie. (a don Ferramondo)

Isidoro. Perchè vogliamo pranzare. (a don Ferramondo)

Ferramondo. Il servo non mi diede una risposta simile, e un cavaliere mio pari non la merita, e non l’avrebbe sofferta. Io sono, se noi sapete, don Ferramondo di Belvedere, capitano de’ granatieri nelle truppe tedesche; ho conosciuto donna Placida fin quando aveva marito, e se io vengo a farvi una visita,