Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/482

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
474 ATTO SECONDO


dico che non vi siano delle persone da bene, ma prima di fidarsi, convien conoscerle e sperimentarle. In noi si suol temere l’ardire, e la presunzione, e l’inganno.

Berto. (Parla bene, parla bene. Non ho mai più sentito un militare a ragionare cosi). Oh, ecco qui mia nepote.

SCENA X.

Donna Placida, don Isidoro e detti.

Placida. Oh signor capitano.

Ferramondo. Scusatemi, signora mia, se incautamente ho scelto quest’ora per esercitare con voi un atto del mio dovere.

Placida. È un onor che io non merito, che il signor capitano sia venuto a favorirmi di una sua visita. Spiacemi solamente che egli abbia scelto quest’ora, per non dare incomodo al signor zio.

Isidoro. Possono restar qui, se vogliono; noi intanto anderemo a pranzare.

Berto. Con tutta libertà si servano pure. (Con un granatiere bisogna andar colle buone).

Placida. Signore, voi potete conoscer da ciò, che don Berto ha per voi quel rispetto che meritate. Sarebbe veramente una cosa strana, che il primo giorno in cui torno nella casa paterna, non avessi io pure ad intervenire alla tavola della famiglia. Tralascerò di farlo, se voi me lo comandate: ma un cavaliere ben fatto, compiacente e discreto, spero mi dispenserà da simile inconvenienza. Siete padrone di ritornare quando vi piace. Anzi vi supplico innanzi sera di lasciarvi da me riverire. Il zio lo accorda, e meco unitamente vi prega. Egli è amoroso con tutti, ha un cuor docile e generoso, ma in questi pochi giorni che ho da restare con lui, desidero ad esso mostrarmi grata, mi preme di far seco lui il mio dovere; onde vi supplico per finezza non prendere in mala parte l’onesta scusa che vi offerisco, e lasciarmi per ora in libertà di pranzare.