Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/490

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482 ATTO SECONDO

SCENA XIX.

Don Anselmo e detti.

Anselmo. (Un uomo colla ragazza? che cosa fanno da solo a sola?)

Luigia. (Ecco il vecchio importuno). (da sè)

Anselmo. Sono capitato a tempo, signora.... (a donna Luigia)

Sigismondo. Al fine, che cosa mi può succedere? Mi piace, glielo voglio dire, e se vorranno che io la sposi, la sposerò. (da sé, passeggiando, e passando nel mezzo fra donna Luigia e don Anselmo) Signora, se voi gradite l’affetto mio, se donna Placida seconda il mio desiderio, farò quel che si conviene di fare, vi chiederò in isposa a don Berto.

Anselmo. Ehi padrone... (tirando don Sigismondo per la manica)

Sigismondo. Va in pace.... (dando a don Anselmo una pedata)

Anselmo. A me un insulto simile?

Sigismondo. Oh signore, perdonate, mi pareva di essere sulla strada, e che un povero m’insolentasse.

Anselmo. Il cielo ve lo perdoni, per me sono avvezzo a perdonare l’offese.

Luigia. (Questa volta la sua astrazione mi è piaciuta infinitamente). (da sè)

SCENA XX.

Donna Placida e detti, e poi Paoluccio.

Placida. (Don Isidoro non mi ha detto che vi fosse Luigia, ma ho piacere che ella vi sia). (da sè)

Anselmo. Qua qua, signora mia. Vedete il bel profitto dei vostri esempi e delle vostre lezioni. (a donna Placida)

Sigismondo. Signora, vi domando perdono, son qui venuto, secondo il concertato fra noi. (a donna Placida)

Anselmo. Concerti fraudolenti.

Placida. Voi, signore, come ci entrate? Andate a comandare a casa vostra, alle persone che da voi dipendono. Qui ora ci sono io; andate, che non vi è bisogno di voi. (a don Anselmo)