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310 ATTO TERZO

E se mai di scherzare aveste il bel desio.

Voi avete dell’estro, ma son poeta anch’io.
(s’inchina e parte)

SCENA II.
La Contessa sola.

Veramente è un poeta sagace, illuminato,

E nel fondo del cuore davver mi ha penetrato.
È ver, più che l’amore, mi stimola lo sdegno.
Ma sarò più costante, se prenderò un impegno;
E il capitan, che crede vincermi con orgoglio,
Vedrà fin dove arrivo, quando sdegnarmi io soglio.
Vuol fare altrui le grazie per vendicarsi un poco;
Troverò io la strada di terminare il gioco.
E terminarlo io voglio con mia riputazione,
Senza che se ne avveda la mia conversazione.
Pria che la Baronessa si arrenda all’uomo scaltro,
Voglio far, se mi riesce, che accendasi d’un altro.
Il cavaliere Ascanio parmi sarebbe al caso;
Chi sa che non mi riesca far ch’ei sia persuaso?
Or or, secondo il solito, da me dovria tornare;
Se non verrà si presto, lo manderò a chiamare.
So ben io la maniera che ho da tenere in questo;
Mi voglio vendicare, lo dico, e lo protesto.
L’una e l’altra passione suol appagarmi il cuore;
O vanità trionfi, o che trionfi amore.

SCENA III.
Don Armidoro e la suddetta.

Armidoro. Eccomi qui, signora....

Contessa.  A tempo capitate;
Il cavaliere Ascanio a ritrovarmi andate.