Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/103

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SCENA ULTIMA.

Onofrio e detti.

Onofrio. Servo di lor signori.

Brigida. Onofrio, come state?
Venite qui, carino, vo’ dirvi una parola.
Onofrio. Signor, ve Io confesso, m’ha preso per la gola.
(al Conte)
Codesto matrimonio cosa non è per voi.
Son qui, voglio scoprire tutti i difetti suoi.
La vecchia fu bizzarra nella sua prima età;
Rosina di chi è figlia, ancora non si sa...
Brigida. Pezzo di disgraziato!
Onofrio. Ella è venuta qui.
Sperando di potere...
Conte. Orsù, basta così.
Del cauto mio disegno sono arrivato al punto,
Dal vero la menzogna a separar son giunto;
Ecco, signor notaro, andarvene potete.
(al notaro, dandogli una borsa)
Due zecchini per una voi, femmine, prendete.
(a Pasquino e Sandrina)
Notaro. Servo del signor Conte. A lei sono obbligato, (parie)
Sandrina. Questi son due zecchini. E i scudi del legato?
Conte. L’arte ha l’arte delusa. Andate immantinente.
Sandrina. Due zecchini son pochi; ma meglio che niente, (parte)
Livia. Che? non è dunque vero?...
Conte. No, non è vero, ingrata;
Per iscoprirvi tutti, la favola ho inventata.
Voi porgete la destra a lei cui deste fede.
(a don Emilio)
So che ne siete indegno, ma l’onor mio lo chiede.
Emilio. Al mio dover son pronto.
Livia. Pazienza. Ecco la mano.
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