Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/104

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Conte. Scordatevi per sempre d’avermi per germano, (a Livia)

Esci di questa casa, perfido, scellerato,
E in dono ti concedo quel ch’hai finor rubato.
(a Bigolino)
Bigolino. Signore, è tanto poco...
Conte. Non provocarmi, indegno:
Se di clemenza abusi, ti arriverà il mio sdegno.
(Bigolino parte)
Raimondo. Signor....
Conte. Le robe vostre vi saran consegnate;
E a contrattar cogli uomini con onestà imparate.
(Raimondo parte)
E tu, mezzcuio indegno, esci di casa mia.
Onofrio. Subito, sì signore. Grazie a vossignoria. (j)arte
Brigida. Ehi, signore illustrissimo, sono una poverina:
Non vi fa compassione la povera Rosina?
Conte. Sì, mi fa compassione; son cavaliere umano,
E voglio per suo bene levarvela di mano.
Anderà in un ritiro fra semplici persone,
Fino che il ciel le ispiri la sua risoluzione,
lo le darò la dote, che al stato suo conviene.
Voi non lo meritate, ma il bene è sempre bene.
Eccomi finalmente, grazie al ciel, liberato
Da quelli che mi avevano oppresso e circondato.
Misero me, se a tempo non apria gli occhi al vero.
Mi avriano strascinato al pessimo sentiero.
Ecco come s’insidia in cento modi e cento
Chi ricco è per fortuna dell’oro e dell’argento.
Così son le famiglie in precipizio andate.
Spettatori, apprendete, gradite e perdonate.
Fine della Commedia.