Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/141

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Ferdinando. Signore, colla maschera bevere non si può.

Marinetta. Via, che el lo beva elo.
Ferdinando. Anch’io lo beverò.
Questo è per voi, signora. (a Marinetta)
Marinetta. Oh, xe qua mio mario.
Ferdinando. Io non vedo nessuno. (guardando intorno)
Felice. Oh, che xe qua mio fio.
Patron. (a Ferdinando)
Marinetta. La reverisso. (a Ferdinando)
Felice. La se conserva san.
Marinetta. La lo mantegna caldo, che el beverò doman.
Felice. La prego a compatir, se vago via e l’impianto, (parte)
Marinetta. Quelle dal galanetto la reverisse tanto. (parte)

SCENA III.

Ferdinando e Nicolò, poi Lucietta e Bettina.

Nicolò. Lo comandela eia?

Ferdinando. Va al diavolo anche tu.
Nicolò. (Co sta sorte de matti no me n’intrigo più).
(si ritira in bottega)
Ferdinando. Si, voglio, per conoscerle, seguirle a suo dispetto.
Ecco dell’altre maschere con il galano al petto.
Chi sa che una di queste?... che diavol d’imbarazzo!
Voglion le Veneziane farmi diventar pazzo.
Lucietta. (Le amighe no se vede. Aspettemo un pochetto).
(piano a Bettina)
Bettina. (La varda, siora mare, quello dall’aneletto).
Lucietta. (Sì, per diana. Sta zitta, femolo zavariar).
Bettina. (No vorave che Bortolo...).
Lucietta. (Màndelo a far squartar.)
Xe do anni debotto, che el vien in casa mia;
Noi t’ha mai dona gnente. Bortolo xe un’arpia).
Bettina. (In verità dasseno, che no la disc mal).
Lucietta. (Devertimose un poco; semo de carneval).