Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/217

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SCENA V.

Costanza e dette.

Costanza. Cosa c’è, Mariuccia?

Mariuccia. Niente. (mostrandosi adirala)

Felicita. Ve lo dirò io.

Mariuccia. Non ci è bisogno ch’ella faccia altre scene, (o Felicita)

Felicita. Mi ha detto che mio marito....

Mariuccia. Mi stupisco di lei, che voglia fare pettegolezzi.

Costanza. Parlate con rispetto, vi dico; prendete questa lettera, datela al servitore, e ditegli che la porti subito al caffè del- l’Aquila, che la diano a chi va, e che non dicano chi l’ ha mandata.

Mariuccia. Sì signora. (prende la lettera con sdegno)

Costanza. Cosa son questi grugni?

Mariuccia. Niente, niente, signora. (Sì, per dispetto la voglio far) disperare quella signora che mi ha detto pazza), (da sè, e parte)

SCENA VI.

Costanza e Felicita.

Costanza. Che diamine ha Mariuccia?

Felicita. Sentite, dove si caccia l’ira. Mio marito è un uomo che gli piace barzellettare, ed ella crede sia di lei innamorato, e pretenderebbe ch’io ne fossi gelosa. L’ho sofferta per amor vostro, per altro....

Costanza. Compatitela, non ha giudizio; orsù, la lettera è andata. Non l’ho scritta io di mia mano, perchè se mai si venisse a scoprire, non voglio che il mio carattere mi condanni. Mia zia mi ha fatto ella il servizio. Io l’ho dettata, ed essa l’ha scritta. Ma che termini vi ho messo dentro! che amori! che tenerezze! Vi prometto, che quando la legge, ha da rimanere incantato. Di più sentite il bel pensiere che mi è sopravvenuto. Gli ho scritto nella lettera, che l’amante incognita anderà ma- scherata a ritrovarlo al caffè, ed acciò ch’egli la possa conoscere.