Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/224

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Felicita. Benissimo. Siete un incanto. (E voi, Costanza?) (piano a Costanza)

Costanza. (Andiamo di là; ho dell’altra fettuccia; ne faccio uno) immediatamente). (piano a Felicita)

Silvestra. Tornate presto, che anderemo al caffè.

Costanza. Dove?

Silvestra. Al solito luogo.

Costanza. Stamattina credo di non potere. Serva sua. Ci andremo poi questa sera?

Felicita. Questa sera alla festa di ballo.

Silvestra. Oh, alla festa non manco. Ieri sera col bel Contino ho fatto un minuetto solo; questa sera ne voglio fare una mezza dozzina.

Felicita. (Vuol essere meglio burlata. E pure se ne trovano di) queste vecchie). (da sè, e parte)

Costanza. (Deggio secondarla per i miei fini. E poi convien com-) patirla. La gioventù suol disprezzar la vecchiaia; ma quando saremo vecchie, si farà lo stesso di noi). (da sè, e parte)

Silvestra. Bene, bene: andate pure dove volete; pensate che io voglia aspettarvi in casa? Siete pazze, se lo credete. Vado subito a mascherarmi. Figuratevi, se io voglio stare in casa a dormire. E vero che sono un poco avanzata, ma il sangue mi bolle, ed il cuore mi brilla in petto. Son bella e diritta, ci sento, ci vedo, ho tutti i miei denti in bocca, e non la cedo ad una giovane di vent’anni. (parte)

SCENA Xll.

Bottega da caffè.

Il Conte Rinaldo e Nicolò caffettiere.

Conte. Nicolò.

Nicolò. Illustrissimo.

Conte. Chi ha portato qui questa lettera?

Nicolò. Io non lo so, signore. L’hanno portata, che io non ci era. L’ho dimandato ai giovani, ma non lo sanno nemmeno loro.