Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/227

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Costanza. Mi meraviglio di voi. Badate bene come parlate. Sotto di queste maschere non si sa chi possa essere.

Conte. Dite di non sapere ne legger, ne scrivere.

Costanza. Dico di sì e di no, come mi pare e piace.

Conte. Ditemi la verità, vi supplico instantemente, l’avete scritto voi questo foglio?

Costanza. Su l’onor mio vi giuro che io non l’ho scritto.

Conte. (Dunque non è lei certamente). (da sè)

Costanza. Mi fa ridere il signor Conte.

Conte. Mi conoscete?

Costanza. Sicuro.

Conte. Mi vedeste altre volte?

Costanza. Sì certo, vi ho veduto, e parlato.

Conte. Dove?

Costanza. Da vero me lo sono scordato.

Conte. Eh signora, lo vedo; volete meco spassarvi. Fatemi la fi- nezza, scopritevi.

Costanza. Sola non mi conviene di farlo. Amica, venite innanzi. (a Felicita che si avanza e scuopre il nastro)

Conte. (Ecco un nastro compagno. Che imbroglio è questo!) (da sè)

Felicita. Serva sua, signor Conte.

Conte. Anche voi mi conoscete? Tutte due avete il nastro color di rosa. Chi di voi sarà quella?

Felicita. Io sono quella certo.

Costanza. Ancor io sono quella sicuro.

Conte. Ma di voi due, chi ha scritto questo biglietto?

Felicita. Io no.

Costanza. Nè men io.

Conte. Mi sapreste almeno dire, chi l’abbia scritto?

Felicita. Se lo so, non lo voglio sapere.

Conte. Ah sì; voi lo averete scritto.

Felicita. Onoratamente vi dico, che non è vero.

Conte. Dunque voi lo averete formato. (a Costanza)

Costanza. Io? Di voi non ci penso ne meno.

Conte. Quando è così, potete andarvene, signore mie.