Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/230

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Dorotea. Siete in errore; qui in Venezia non si usa burlare li forasrieri. Siete stato mai burlato?

Conte. E come, e in che maniera! Volete voi sentire, se mi hanno corbellato ben bene? Vi leggerò un viglietto, che vale un tesoro. (Leggendolo, potrò forse scoprire se alcuna di loro l’ha scritto). Sentite, (legge) Signor Conte adorabile. A me.

Pasquina. Non è forse ben detto?

Conte. Vi pare che io sia adorabile?

Dorotea. Si sa chi abbia scritto?

Conte. Ancora non l’ho potuto sapere. Sentite che dolce titolo mi vien dato. Signor Conte adorabile. (leggendo)

Dorotea. Sin qui non dice male.

Pasquina. Fa giustizia al merito.

Conte. Grazie della buona opinione che hanno di me lor signore. (Se lodano il viglietto, ho ragione di sospettare che venga da) qualcheduna di loro), (da se) Sentite come principia. Una in- cognita amante vi ha consacrato il cuore, e sospira giorno e notte per voi. Per me. Sentite come l’incognita mi beffeggia?

Dorotea. Vi pare strana una simil cosa?

Pasquina. Vossignoria non lo merita?

Conte. (Giurerei che una di esse lo ha scritto). (da sè)

Dorotea. Lo finisca di leggere.

Pasquina. (Sono curiosa di saper chi è costei). (da sè)

Conte. Ascoltate, che ora viene il buono. L’incognita, che vi ama, per suoi onesti riguardi si tiene ancora celata. Oggi voi la vedrete colla maschera al viso, e avrà per segno un nastro al petto color di rosa.

Dorotea. Oh diamine!

Pasquina. Cosa sento?

Conte. Ditemi, signore mie, quel nastro lo portano al seno tutte le donne del popolo veneziano?

Dorotea. Perchè?

Conte. Perchè poc’anzi ne ho vedute altre due con un nastro simile similissimo al vostro.

Dorotea. Da vero?