Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/235

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Conte. Anche a me qualche volta. (Ma oggi mi è toccato) l’amaro). (da sè)

Silvestra. Dell’altro zucchero.

Nicolò. Ancora?

Silvestra. Sì, dell’altro. Oh, così va bene. (beve il caffè)

Nicolò. (Signor Conte).

Conte. (Cosa vuoi?)

Nicolò. (Mi rallegro con lei).

Conte. (Di che?)

Nicolò. (Di questa buona fortuna).

Conte. (Anche tu mi dileggi?)

Silvestra. Oh caro questo dolcetto, (leccando il zucchero in fondo alla tazza)

Conte. (Or ora mi fa rivoltare lo stomaco).

Silvestra. Signor Conte, vuole che andiamo?

Conte. Vada pure, si accomodi.

Silvestra. Non sarò degna della sua compagnia?

Conte. Ho qualche cosa da fare.

Silvestra. Eh via, colle fanciulle civili non si tratta così. Venga meco, e mi dia la mano.

Conte. Dove vorreste andare, signora?

Silvestra. A casa.

Conte. Che diranno se una fanciulla, una zitelluccia sua pari, la vedano andar a casa con un forastiero?

Silvestra. Che dicano quel che vogliano. Nessuno mi comanda. Sono anch’io da marito. Orsù, mi favorisca la mano.

Conte. Eccomi a servirla. Godiamoci questa vecchietta.

Silvestra. Oh che tu sia benedetto. (partono) Fine dell’Alto Primo.