Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/256

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Conte. Sì, voi non mi mandaste a far squartare ben bene? E chi è quell’altra, che si è sottoscritta?

Dorotea. (Andiamo via, che ci scuopre). (piano a Pasquina)

Pasquina. (Oh, io non ci vengo. Ho fame). (piano a Dowlea)

Cavaliere. (Son curioso di rilevare il fine di questa scena), (da sè)

Felicita. Io credo che vi sognate, signore.

Costanza. ^ Io non sono capace di dir queste cose.

Felicita. E vero; noi siamo quelle due maschere, colle quali avete parlato.

Costanza. E siamo quelle che vi hanno lasciato il caffè nelle chiccare.

Conte. Oh povero me! Siete quelle dunque?...

Silvestra. Orsù, finiamola. 11 signor Conte senz’altri discorsi re- sterà qui per amor mio. Non è egli vero, la mia gioietta? (al Conte)

Conte. Tutto quel che volete, (a Silvestro) Signora mia, sono l’uomo più confuso di questo mondo. Cinque nastri compagni mi hanno imbarazzato la mente. (a Costanza)

Costanza. Ecco quelle dei cinque nastri. Due noi, uno la signora Silvestra, e due quelle mascherette, che dopo si sono travestite.

Conte. Come! la signora Dorotea! (con ammirazione)

Dorotea. Ma! E così, signore.

Conte. Siete voi dunque, che mi ha mandato?

Dorotea. Vi ricordate le belle insolenze che mi avete detto?

Conte. Compatite, se ho detto poco.

Dorotea. Perdonate, se non vi ho mandato di core.

Cavaliere. Bella, bella davvero. Ogni tiista memoria ormai si taccia, e pongansi in obblio le andate cose.

Silvestra. Resterà il mio Contino?

Cavaliere. Il Conte ha da restare a pranzo con noi. Non è egli vero, signora Costanza?

Costanza. Se comanda, è padrone.

Conte. Ma lo dice in una certa maniera...

Silvestra. Non v’ è bisogno ch’ella ve lo dica. Comando io in questa casa.