Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/260

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Felicita. Ei non ha moglie, voi non avete marito, che difficoltà ci trovate?

Costanza. Prima di tutto mi dispiace ch’ è forastiere, e non vorrei avere ad abbandonar Venezia.

Felicita. Oh questa poi, compatitemi, è una malinconia solennissima. Una persona di spirito non ha da supporre, che non vi sia altro di buono al mondo, che la sua patria. Tutto il mondo è paese; quando si ha il suo bisogno, si sta bene per tutto.

Costanza. Dite bene; ma ancora non so di certo....

SCENA II.

Il Cavaliere e le suddette.

Cavaliere. Ma signora Costanza, quel povero conte Rinaldo mi fa pietà.

Costanza. Che cosa è stato?

Cavaliere. Langue, muore, sospira per voi, e per conforto delle sue pene, gli convien godere le malagrazie di quella vecchia insensata.

Costanza. Caro signor Cavaliere, perchè non sollevate l’amico? Perchè non vi mettete voi al fianco della signora Silvestra, acciò il povero Conte possa venir qui a consolarsi?

Cavaliere. Per un poco mi sono provato di farlo, ma per dire la verità, non vorrei che questa buona vecchia si lusingasse, e avess’io da fare la parte ridicola nelle conversazioni.

Costanza. Certo, se fosse una giovane, il signor Cavaliere la ser- virebbe assai volentieri.

Cavaliere. Vi dirò, signora, colle giovani tratto, converso, e ci sto con soddisfazione. Ammiro le belle, mi piacciono le spi- ritose, ma procuro di essere universale. Servitù positiva non la vo’ prestare a nessuna. L’ho provata che basta, so il si- stema che corre, e non mi c’impegno mai più.

Costanza. Vi pare sì gravosa la servitù civile, che si suol pre- stare a una donna?

Cavaliere. Una bagattella! Mi ricordo i precetti di madama Bignè nella commedia intitolata il Cavalier giocondo.