Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/269

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Felicita. Oh, sono avvezza a soffrirvi, ch’ è un pezzo. (siede vicina a Leonardo)

Cavaliere. (Principia a dispensar le vivande a tutti, e di quando in quando) si cambiano le portale, e i servitori i tondi, e si da dà bevere a chi ne vuole, all’ultimo si portano i frutti, e nel corso della tavola si fanno i seguenti discorsi fino all’arrivo del signor Luca.

Pasquina. Fatemi dare della minestra. (a Dorolea)

Dorotea. Favorite, signore, la mia figliuola. (al Cavaliere)

Cavaliere. Eccola servita, (gli presenta un tondo con della minestra)

Pasquina. Me ne dà così poca?

Cavaliere. Ne volete dell’altra?

Pasquina. Sono tre giorni che da noi non si mangia minestra.

Dorotea. (Sta zitta). (a Pasquina)

Leonardo. (Sentite? Per andar in maschera, a casa sua si digiuna). (piano a Felicita)

Felicita. (Eh, la signora Dorotea non è sola. Ve ne sono di) quelle poche). (piano a Leonardo)

Cavaliere. Non mangia la signora Silvestra?

Silvestra. Anz’io mangio più di tutti.

Cavaliere. Perchè?

Silvestra. Perchè io mangio colla bocca e cogli occhi. (guardando il Conte)

Conte. (Che tu possa diventar cieca). (da sè)

Costanza. E vero, signor Conte, ch’ella si vorrebbe fare lo sposo?

Conte. Se quella che io desidero, mi volesse.

Silvestra. Sì, caro, quella che voi amate, arde e sospira per voi.

Conte. Posso crederlo, signora Costanza?

Costanza. Sì, credetelo pure, è così senz’altro.

Silvestra. Sentite? Anche lei lo conferma.

Felicita. (Costanza è furba, l’equivoco va molto bene). (da sè)

Costanza. Ma quella che voi vorreste in isposa, e che non sa- rebbe lontana dall’accettarvi, non sa ancora ben chi voi siete.

Silvestra. Eh, so quanto basta; è un bel giovane, si vede ch’è nato bene, e non vo’ cercar d’avvantaggio.