Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/272

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Silvestra. Ricusarlo? Anzi lo bramo, lo desidero, e non vedo l’ora di potergli porgere la destra.

Conte. Ringrazio la signora Costanza dei suoi sentimenti cortesi; e quando la fanciulla sia in questa buona disposizione, noi ci spicciaremo prestissimo.

Silvestra. Sentite? (al Cavaliere) Che tu sia benedetto, (al Conte)

SCENA X.

Mariuccia e detti.

Mariuccia. Signora, signora.

Costanza. Che cosa e’ è?

Mariuccia. Il padrone ha chiamato. Ha detto che vuol mangiare, scende le scale, e dubito che venga qui.

Costanza. Non mi dicesti ch’egli dormiva?

Mariuccia. E vero, dormiva, e subito che si è svegliato, ha chiesto da mangiare.

Cavaliere. Buono, buono, lasciate che venga, che lo faremo sognare.

Silvestra. Cosa vuol questo vecchio? I vecchi con noi altri gio- vam non si confanno.

Costanza. Mio padre non si dolerà, che abbiamo fatta una cena, ma si lamenterà con ragione, che non lo abbiamo avvisato ancora lui. I vecchi in queste cose ci stanno, e mi dispiace infinitamente.

Conte. La cena è finita, ce ne possiamo andare in un’altra camera. (tutti s’alzano)

Costanza. Sì sì, ce ne anderemo nel mio appartamento. Mariuccia, fa preparare il caffè, e che ce lo portino quando è fatto.

Silvestra. Mi è tanto piaciuto il caffè che ho bevuto questa mat- tina; mandiamolo a pigliare alla bottega dell’Aquila. (Quel) caffettiere è un giovine che mi dà nel genio). (da sè)

Costanza. Mandate all’Aquila un servitore; così lo averemo più presto. (a Mariuccia)

Cavaliere. E poi in Venezia il caffè delle botteghe par sempre migliore di quel che si beve nelle case.