Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/28

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SCENA II.

Il Conte Orazio e i suddetti, poi un Servitore.

Conte. Che seccatura è questa! che orribile tormento!

In pace non mi lasciano le visite un momento.
Tre giorni fa nessuno non mi guardava in faccia,
Ora ciascun m’inchina, ora ciascun m’abbraccia.
Bigolino.
Bigolino. Signore.
Conte. Chi è quegli?
(accennando Raimondo, il quale profondamente s’inchina)
Bigolino. E un uom dabbene,
E un mercante onorato, che ad esibirsi or viene
In tutto quel che possa occorrere per ora
Di vitto, di vestito, per lei, per la signora.
Conte. Bigolin, che ti pare? Tre giorni fa, se un pane
Chiedea per sostenermi, non mi guardava un cane.
Bigolino. E ver, ma non si parli del tempo ch’ è passato,
E ringraziate il cielo, che siete in miglior stato.
Solo pensar dovete a provvedere adesso
La casa e la sorella, e a provveder voi stesso.
Ma a spender non essendo, signor, troppo avvezzato,
Dovete guardar bene non essere gabbato.
Questi, che qui vedete, è un uom giusto e sincero;
Fidatevi di lui, ch’ è un galantuom davvero.
Conte. Chi l’ha fatto venire?
Bigolino. Per dir la verità.
Io son, che mi ho pigliato codesta libertà;
Ma perchè lo conosco, e so ch’ è un omenone,
E so che l’interesse può far del mio padrone.
Conte. Va da donna Felicita, dille ch’ è qui aspettata
Da Livia mia sorella a ber la cioccolata.
Bigolino. Subito, sì signore. (E finalmente giunto)
A dar la cioccolata in grazia del defunto).
(da sè, e parte)