Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/282

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Nicolò. Ah, vous set adorable. (/e bacia la mano)

Silvestra. (Sì SÌ, rabbia, veleno, mangiate l’aglio quanti che) siete). (al Conte e al Cavaliere)

Nicolò. Madame, etè vous poucelle?

Silvestra. Come dice?

Nicolò. Etè vous marie?

Silvestra. Non signore; sono ancora fanciulla.

Nicolò. Si vous pie, Madam, je sui pour vous.

Silvestra. A un cavaliere così compito non si può dire di no. (Sì, per farvi dispetto). (al Conte e al Cavaliere)

Luca. Intendi che cosa dicono? (a Marìucda)

Mariuccia. Vuol per moglie la signora Silvestra. (forte)

Luca. Mia sorella si vuol maritare? Che ti venga la rabbia! Si può sentire di peggio?

Silvestra. Sì signore, voglio maritarmi; e voi non ci avete da entrare.

Costanza. (La buda va troppo innanzi, non vorrei che nascessero) dei dispiaceri). (al Cavaliere)

Cavaliere. (Aspettate, la finirò io). (a Costanza)

Luca. Chi è colui che vi vuole? È qualche disperato?

Silvestra. E un cavaliere di garbo.

Nicolò. Vostre servitour troisumble. (a Luca)

Cavaliere. Nicolò.

Nicolò. Signore.

Cavaliere. Il padrone attende le chicchere. (Un servitore presenta la guantiera con le chiccare a Nicolò, quale si) cava la parrucca, e fa loro una riverenza dicendo:

Nicolò. Servitor umilissimo di loro signori. (parte)

Silvestra. Povera me! sono assassinata. Indegni, bricconi, perfidi quanti siete. Sì, voglio maritarmi se credessi di prendere un fabro, un legnaiuolo, uno spazzacamino. (adirata parte)

Luca. Cosa è stato? (a Costanza)

Cavaliere. Niente, niente, signore. Galanterie, barzellette; cose che sanno farsi per divertimento da quelli che sono di Buon umore. E in fatti non si può dire, che queste signore donne