Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/305

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Lo sa pur che il Marchese venir gli ha proibito,

Fino che di donn’Angiola non veggasi marito.
Regina. Signora, il vostro sposo, per dir la verità.
Con queste sottigliezze è un torto che vi fa.
Non bastagli che voi vegliate a custodirla?
Ha paura il padrone che vengano a rapirla?
Marchesa. Di simili faccende che sa la gente sciocca?
Tu di ciò perchè parli?
Regina. Parlo, perchè ho la bocca.
Prosdocimo. Certo, la tua padrona è savia ed è prudente.
Non deve il signor Conte venir pubblicamente.
Con voi di un certo affare vuol ragionare un poco.
Verrà segretamente, dategli il tempo e il loco.
Marchesa. Taci; mi maraviglio del tuo parlare audace.
So chi è il conte Rinaldo; di ciò non è capace.
Egli non ardirebbe proporre ad una dama
Cosa tal che potrebbe offendere la fama.
E noto a tutto il mondo, che fummo amanti un giorno.
D’altri il destin mi fece, e a delirar non torno.
Ma un segreto colloquio potria recar sospetto,
Che la fiamma già spenta mi rinascesse in petto.
S’egli a me ti ha diretto, digli che son pentita
D’avere amato un giorno un’anima sì ardita.
Digli che si rammenti il suo dovere e il mio;
Che se passion l’accieca, debole non son io.
Digli che si vergogni d’aver di me pensato...
Ma no, il conte Rinaldo non ti averà mandato.
Sa il ciel qual reo disegno tu vai nutrendo in cuore.
Perfido, ti conosco, tu sei un impostore.
Vattene da me lungi; qui non tornar mai più.
(Prosdocimo mostra timore)
Va, che mi sei sospetta, indegna, ancora tu. (a Regina)
Pieno di tristi è il mondo, ho di ciascun sospetto;
Ma vacillar non puote la mia costanza in petto, (parte)