Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/313

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Marchesa. Come! non fu da voi Prosdocimo spedito?

Conte. No certo.
Marchesa. Ed a qual fine avrà colui mentito?
Conte. Se mi udirete in pace, vi svelerò un arcano,
Per cui forse il destino non mi conduce in vano.
Marchesa. Deh svelatemi adunque, per qual cagion l’indegno
La macchina ha inventata per pormi m un impegno.
Conte. Tutto da me saprete, ma vuol la convenienza,
Ch’io di ciò non vi parli dei servi alla presenza.
Regina. Oh per me vado via, non ho curiosità.
(Prosdocimo è servito. La mancia ei mi darà).
(da sè, e parte)

SCENA 111.

La Marchesa ed il Conte.

Marchesa. (Povera me! per quanto mi sforzi a ripararmi.)

Par che il destino istesso congiuri ad insultarmi).
Conte. Ah Marchesa, nel dirvi quel che a dir son forzato,
Son per vostra cagione nell’alma addolorato.
So che vi darà pena l’ardir di un temerario;
Ma pel vostro decoro saperlo è necessario.
Marchesa. Non mi tenete in pena. So che a soffrir son nata;
Ai colpi della sorte quest’alma ho preparata.
Superate ho finora tante sventure, e tante;
Nei novelli perigli non sarò men costante.
Conte. Noto vi è don Fernando.
Marchesa. Mi è noto il prosontuoso.
Conte. Egli per voi nel seno serba l’amore ascoso:
Ma un amore perverso che tende ad insultarvi,
Che medita le insidie tramar per guadagnarvi.
Di me tenta valersi, che sa quanto vi ho amato;
Sperar nell’amor vostro teste mi ha consigliato;
Ma tanto il tristo fine coprir non può l’astuto.
Che un uom che non è stolido, non se ne sia avveduto.