Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/316

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Conte. Parto, se il comandate.

L’ idea di don Fernando scoprir non trascurate.
Tacerò, se il volete, fino ad un certo segno;
Ma saprò anch’io le tracce seguir di quell’indegno.
E se avanzarsi io vegga il suo pensiere insano.
Non direte che al fianco porti la spada in vano.
(parte)

SCENA IV.

La Marchesa sola.

Potea più dolcemente accogliere l’avviso,

Potea con lui mostrarmi più mansueta in viso.
Ma chi fu amante un giorno, se docile mi sente,
Potria le antiche fiamme destar novellamente.
Ah sì, se il cuor del Conte vo’ misurar col mio,
Creder per me lo deggio qual per lui sono anch io.
Spento nell’alma, è vero, violentemente ho il foco.
Ma a riaccender le fiamme, oh vi vorria pur poco.
Dell’umana prudenza seguito il buon consiglio:
Di cader non ha dubbio chi sfugge il suo periglio.
Di Fernando non temo l’arti, l’insidie e l’onte;
Più di lui, lo confesso, può spaventarmi il Conte.

SCENA V.

Donn’Angiola e la suddetta.

Angiola. E permesso, signora?

Marchesa. Venite pur, cognata.
Cos’avete, donn’Angiola? Mi parete turbata.
Angiola. Quando vien mio fratello?
Marchesa. Doveva esser venuto.
La caccia e i buoni amici l’averan trattenuto.