Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/318

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Marchesa. Io son moglie alla fine.

Angiola. Eh signora cognata,
La donna è sempre donna, ancorchè maritata.
Marchesa. Voi eccedete a un segno, che tollerar non posso.
Angiola. (La gelosia mi mette cento diavoli addosso), (da sè)
Marchesa. Possibile, cognata, ch’io veggami ridotta
A rendere sospetta altrui la mia condotta?
Dopo ch’ebbio l’onore di essere in questa casa,
Mi ho dimostrato al mondo di debolezze invasa?
Che sfortuna è la mia? Che pensamento è il vostro?
Facciam, cognata mia, facciamo il dover nostro.
Portatemi rispetto, che credo meritarlo;
Non temete del Conte, saprò giustificarlo.
A lui, pensando male, voi commettete un torto.
E se insultarmi ardite, le ingiurie io non sopporto.
Angiola. Meno caldo, Marchesa; ditemi solamente,
Perchè il Conte è venuto da voi segretamente.
Marchesa. Dirvi di più non deggio.
Angiola. Se a me noi confidate.
De’ miei giusti sospetti dunque non vi lagnate.
Marchesa. Che di voi non mi lagni per un sospetto indegno?
Più che a parlar seguite, più mi movete a sdegno.
Obbligo ho di svelarvi quel che è a me confidato?
Chi siete voi, signora? quale poter vi è dato?
Vi venero e rispetto del sposo mio qual suora;
Ma dipender da voi non ho creduto ancora.
So che mi avvelenate il cuor di mio marito;
Ma non ho già per questo lo spirito avvilito.
Esamino me stessa, mi onora il mio costume,
Seguito ad occhi chiusi della ragione il lume.
E se gloriarmi io posso senza rimorso alcuno.
Non ho, ve lo protesto, paura di nessuno.
Angiola. Serva sua. (licenziandosi)
Marchesa. Riverisco.
Angiola. Perdoni.