Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/326

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Servitore. Or or parlò con me.

Dissemi che il padrone Tavea spedito innante,
E che sarà egli stesso da noi poco distante.
Fernando. Disseti la cagione, onde a venir si appresta?
Servitore. Farmi che mi dicesse che gli dolea la testa;
Che cambiatosi il tempo, risolse in un momento
Di lasciar per quest’anno il suo divertimento.
Fernando. Di qui dovrà passare. Fermati sulla strada:
Digli che da me scenda pria che da lui sen vada;
Digli che ho da svelargli cosa di sua premura;
E s’ei venir ricusa, chiamami a dirittura.
Servitore. Sì, signore.
Fernando. Mi sembra lo strepito sentire
Dei cavalli di posta. Vanne, non differire.
(il servitore parte)

SCENA II.

Don Fernando solo.

Inutile è la carta. Talor lo scritto nuoce.

Meglio sarà ch’io cerchi di favellargli a voce.
(straccia la lettera)
Sento fermar le sedie. Sarà il Marchese, io credo.
Ah mi palpita il cuore, ma per viltà non cedo.
Quel che ho fissato in mente, voglio condurre al fine,
A costo d’ogni impegno, a costo di ruine.
Son dall’amore acceso, son dal dolore oppresso;
Vo’ vendicar gl’insulti... Ecco il Marchese istesso.

SCENA II.

Il Marchese ed il suddetto.

Marchese. Eccomi ai cenni vostri.

Fernando. Marchese mio, venite;
Se incomodo vi reco, di grazia, compatite.