Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/350

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Di rendervi felice la potestà mi è data;

Ma non vo’ la pietade usar per un’ingrata.
Marchesa. Nè io per un indegno posso cangiar costume.
Se mi tradisce il mondo, non mi abbandona il nume.
Questi fieri strumenti ch’esponi in mia presenza,
Potran, quando ch’io muoia, provar la mia innocenza.
Vattene, traditore.
Fernando. Un’altra volta il dico.
Sarò, qual mi volete, amico od inimico.
Ecco la morte vostra, quando morir vogliate;
Eccovi un difensore, se la pietade usate.
Marchesa. Odio più del carnefice il difensor crudele,
Coir innocenza in petto voglio morir fedele.
Vanne, ministro indegno, reca tu al mio consorte,
Che mi vedesti intrepida ad incontrar la morte.
(alza il ferro per ferirsi)
Fernando, Fermatevi un momento. Ah non ho cuore, ingrata,
Vedervi in faccia mia morir da disperata.
Pensateci anche un poco. Sola lasciarvi io voglio.
La natura contrasti col forsennato orgoglio.
Ma fuor di queste soglie vano è sperar l’uscita.
O anendervi dovete, o terminar la vita.
(parte, e chiude l’uscio)

SCENA VIII.

La Marchesa sola.

Aiutatemi, o numi, voi datemi il consiglio.

Voi porgetemi aita nel fatai mio periglio.
Cedere a un scellerato? No, non sarà mai vero.
Morir senza delitto? oh mio destin severo!
Chiuse la porta il perfido; niun mi porge aiuto.
Ah sì, de’ giorni miei l’ultimo dì è venuto.
Ingratissimo sposo, morta mi vuoi? perchè?
Dato mi fosse almeno morir dinanzi a te!